Le osade de marso

xxxzz_old_photoUn periodo rigido, difficile da affrontare quotidianamente nella povertà delle campagne, con mezzi spesso insufficienti per proteggersi dal freddo e, talvolta, anche dalla fame. Le attività quotidiane che si fanno più gravose, il lento consumo delle provviste accumulate durante l’anno, le malattie più minacciose. L’inverno, per gli abitanti della Valpolicella, era anche e soprattutto questo. La società agricola delle nostre valli, come quella di tante altre terre contadine, in un passato che oggi appare distantissimo, anelava spasmodicamente alla fine della stagione fredda e all’arrivo della primavera. Il risveglio della natura, il sole che si fa caldo, i frutti della terra più abbondanti diventavano l’agognato traguardo che, già a fine febbraio, i valpolicellesi di un tempo scorgevano avvicinarsi sempre più, giorno dopo giorno.

E’ principalmente a questo sentimento di speranza e di gioia per l’imminente rinascita della vita naturale, così padrona delle attività umane, che si può ascrivere la particolarissima, oramai perduta, tradizione delle osade de marso. Si trattava di una specie di rappresentazione giocosa e ironica diffusa in molte contrade della Valpolicella e in alcune zone della Lessinia in cui erano protagonisti due gruppi di giovani. Le due “fazioni” si ponevano a una certa distanza, l’una di fronte all’altra (a Pescantina sembra venissero utilizzate a questo scopo le sponde dell’Adige) e, attraverso dei primitivi megafoni di metallo, il primo gruppo gridava (osade) i nomi delle ragazze del paese, mentre il secondo designava, sempre urlando fra percussioni di campanacci e altri strumenti, i nomi degli uomini cui sarebbero state destinate come spose. Venivano così immaginate, in un chiassoso dialogare a distanza, le coppie più impensabili e grottesche. Spesso, infatti, fra risate e burla di ogni tipo, si incrociavano le fanciulle più belle del villaggio con i personaggi maschili meno avvenenti o più strambi. Altre volte ci si figurava di combinare le giovani con gli anziani del paese, in una dissacrante parodia delle nozze. Altre volte ancora, invece, venivano più realisticamente accoppiati ragazzi e ragazze già fidanzati e in profumo di matrimonio.

Questo rito era condotto nelle ultime sere di febbraio e nelle prime di marzo. Volontariamente si invocava così la rinascita della vita attraverso un immaginifico e satirico sposalizio e involontariamente si celebrava un piccolo mondo antico, fatto di personaggi paesani immutabili, quasi immortali. In questo modo si chiamava a gran voce il futuro e si sedimentava l’eterno presente di quei minuscoli borghi rimasti oggi, talvolta, solo ruderi sparsi nelle nostre vallate.

A quale remotissimo passato getti e affondi le radici questa tradizione è difficile dire. Va ricordato, comunque, che i primi giorni di marzo erano generalmente celebrati  in epoca precristiana come momento di passaggio verso la buona stagione. Ai tempi di Roma il primo di marzo (Calendimarzo) costituiva l’inizio dell’anno secondo il calendario di Romolo e, per l’occasione, le sacerdotesse accendevano il fuoco sacro nel tempio della dea Vesta. Così come le Calendimarzo rappresentavano il primo giorno dell’anno durante il periodo della Serenissima Repubblica. Il “batter marso” o il “ciamar marso” era, poi, una momento folkloristico tipico di molte zone del Veneto, durante il quale si era soliti fare più rumore possibile, attraverso strumenti di ogni genere, appunto per risvegliare la primavera e scacciare l’inverno.

Le testimonianze dirette delle osade de marso si fanno via via più rare, per ovvi motivi generazionali. E, a dire il vero, non si trovano tante informazioni bibliografiche su questa arcaica e apotropaica messinscena di fine inverno. In merito, molto interessanti sono le pagine di Silvana Zanolli in Tradizioni Popolari in Valpolicella (1990), nelle quali l’autrice, citando a sua volta il grande cultore della tradizione popolare veronese Ettore Scipione Righi in Usi popolari della Valpolicella (1890), riporta addirittura le precise battute dei due cori. La struttura era più o meno sempre questa:

Semo qua per entrar in marso e maridar una bela putela * 

[introduzione per annunciare l’uscita dall’inverno e per iniziare la rappresentazione]

Ci ela, ci no ela? # 

[risposta dell’altro gruppo di giovani)

L’è la Marieta 

[veniva nominata una ragazza del paese, spesso scelta fra le più graziose]

La daremo al gobo figari 

[la ragazza veniva assegnata al personaggio più curioso, spesso caratterizzato da difetti o particolarità fisiche o comportamentali]

 

In ogni caso, come sempre avviene per le tradizioni della cultura contadina, anche il rito delle osade è giunto sino a noi grazie ad una perpetua consegna orale, di padre in figlio. Sperimentarlo in prima persona o assistere alla sua “celebrazione” costituiva l’unica necessaria premessa alla sua sopravvivenza, veicolata attraverso i racconti dei più vecchi che, così, costruivano memoria comune. A tale proposito, per concludere, migliore di ogni ulteriore mia considerazione, riporto una citazione del veronese Dino Coltro che, forse più di tutti gli altri, era arrivato a conoscere lo spirito della società contadina veneta: “Nel mondo contadino l’individuo crede nella parola, si affida con maggior sicurezza al detto piuttosto che al testo scritto, come la comunità si orienta sulla norma e sul costume conservato e riproposto dalla «tradizione» che, per secoli, attraversa le generazioni. La memoria collettiva registra questo patrimonio di pensiero, di esperienza e di letteratura orale per mezzo dell’espressione verbale: il proverbio, la canta, l’indovinello, la fiaba. Tutto questo viene definito «oralità»”. (Fole lilole. Fiabe della tradizione orale veronese, 1991)

Andrea Zenorini

Lascia un commento