Storia e leggenda di Giacomo da Marano

fantespadeSeppur dotata fin da tempi più antichi di una certa autonomia amministrativa, la Valpolicella assunse sotto la Serenissima Repubblica di Venezia i diritti e i confini pieni di “Vicariato”, un’unità giuridico-territoriale che trascendeva i singoli Comuni e che era fornita di precisi organi di autogoverno. Nel 1405, infatti, Venezia non solo confermò i limiti territoriali e i privilegi particolari di cui godeva precedentemente, ma garantì alla Valpolicella ulteriori prerogative, come quella di poter autonominarsi un Vicario. Il Vicario, quindi, veniva generalmente scelto fra la nobiltà di Verona che possedeva proprietà significative nelle nostre zone ed era considerato il massimo rappresentante delle istituzioni locali.
Fatta questa premessa di cornice, mi pare curioso riportare le vicende che vengono attribuite ad uno di questi storici Vicari, Giacomo (o Jacopo) da Marano. Era il 1439 ed era in pieno corso la terza guerra tra Venezia e il Ducato milanese dei Visconti. I Gonzaga, alleati del Duca di Milano, avevano conquistato Verona, costringendo i veneziani a ripiegare in alcune zone fortificate della città. I rinforzi della Serenissima, comandati da Francesco Sforza, si trovavano in quel momento ancora a Torbole e necessitavano, per poter giungere a soccorso di Verona, di passare dalla Chiusa dell’Adige. Giacomo da Marano, fedelissimo di Venezia e consapevole del ruolo strategico di quel passaggio sul fiume, mosse a capo di un migliaio di valpolicellesi verso la Chiusa, impossessandosene e stabilendovi un presidio per agevolare la discesa dell’esercito sforzesco. Qui Giacomo incontrò lo Sforza e, dopo una notte passata a Sant’Ambrogio di Valpolicella, le truppe alleate di Venezia si diressero verso Verona, riconquistandola e liberandola dai mantovani dopo quattro giorni di aspri e sanguinosi combattimenti. Era il 20 novembre 1439.
In questi frangenti, come spesso accade, la storia si confonde nella leggenda. I fatti vengono narrati anche da un sacerdote umanista, Giangiacomo Pigari, e riportati in una traduzione dal latino ad opera di un parroco di Valgatara, don Egidio Ferrari. I Gonzaga, in quei giorni di guerra, attraverso alcuni emissari mandati in Valpolicella, pare avessero informato ingannevolmente Giacomo di tenere in ostaggio a Verona i suoi figli e la moglie, minacciando di trucidarli qualora egli avesse fornito aiuto militare a Francesco Sforza. Tuttavia, il coraggioso nobile di Marano non credette all’intimidazione, mantenne la difesa del punto strategico della Chiusa con i mille valpolicellesi e consentì il risolutivo e liberatorio passaggio dell’alleato.
Le gesta di Giacomo da Marano e dei suoi uomini si rivelarono fondamentali per la Repubblica di Venezia, tanto che questa, in seguito, garantì alla Valpolicella ulteriori privilegi amministrativi. Il già nominato Pigari, citato da Rinaldo Dal Negro in “Contea e Vicariato della Valpolicella”, sostiene inoltre che la figura del Vicario Giacomo venne in quei giorni acclamata e accostata a quella leggendaria del Console romano Gaio Mario che, durante le guerre Cimbriche fra il 113 e il 101 a. C., sconfisse i Cimbri proprio sul territorio dell’attuale Marano, erigendovi poi un castello e fondandovi il paese ancor oggi intitolato a suo nome.

Andrea Zenorini

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