Amarcord. Mi ricordo. Federico Fellini fa cominciare e terminare il capolavoro del 1973, un inno nostalgico alla sua infanzia, con lo stesso, evocativo, simbolico suono: quello del vento. Come se quel respiro d’aria, quel soffio che nel film trasporta le “manine di primavera” (il caratteristico polline di questa stagione), fosse la cornice delle memorie del regista, un cancello che dolcemente si apre ai ricordi all’inizio dell’opera e che poi si richiude alla fine.
Immaginate che, oggi, un regista delle nostre parti voglia tributare un omaggio a Fellini con lo stesso espediente cinematografico per iniziare e concludere la propria pellicola. Immaginate che il paese che il nostro regista vuole ricordare nel suo film non sia la felliniana Rimini ma, ad esempio, Arbizzano. Ebbene, quel rumore che in Amarcord è costituito dal soffio del vento potrebbe essere benissimo, nel nostro caso, quello prodotto da dei vagoni che scorrono su delle rotaie. O quello di una locomotiva che sbuffa vapore con quel suo tipico e, oramai, dimenticato fischio. Sì perché, anche se i più giovani non lo ricorderanno o non ne saranno mai venuti a conoscenza, la Valpolicella era attraversata fino a una cinquantina di anni fa da un trenino che la percorreva in larga parte. Era la ferrovia Verona – Caprino – Garda.
Venne inaugurata la mattina del 3 agosto 1889: la locomotiva a vapore, partendo dalla stazione di Porta San Giorgio, quel giorno toccò per la prima volta gli abitati di Quinzano, Parona, Arbizzano, Santa Maria di Negrar, San Floriano, San Pietro in Cariano, Sega di Cavaion, Affi, Costermano e, come ultima fermata, Caprino. Se in questa prima occasione i vagoni avevano ospitato tutte le autorità del caso (sindaci, parroci, il rappresentante del prefetto, deputati e nobili della zona), il giorno successivo, data dell’inaugurazione al pubblico, i convogli erano affollati di gente comune che, raccontano le cronache di quel tempo, aveva preso d’assalto in modo entusiasta quel serpente di ferro che attraversava parte della Valpolicella e non solo. Il trenino era inizialmente composto da otto carrozze e il biglietto costava 3,75 lire in prima classe, 2,70 e 1,70 in seconda e in terza. Il secondo tratto della ferrovia venne completato nel 1904 e metteva in contatto Affi con Garda: il progetto di congiungere la città di Verona con il lago era diventato finalmente realtà.
In un periodo storico in cui l’automobile costituiva un inarrivabile oggetto di lusso ed era privilegio di pochissimi benestanti, è facile immaginare che la ferrovia che metteva in collegamento Verona con il Lago di Garda venisse ammirata come un prodigio che poteva proiettare le zone nelle quali si insinuavano i binari verso un futuro di maggiore prosperità. E, in un tempo di scomodi ed interminabili spostamenti per mezzo di carri trainati da cavalli, il fatto che il trenino percorresse il tratto Verona – Caprino in due ore abbondanti non poteva che suscitare l’attrazione della popolazione verso questo nuovo e rivoluzionario strumento di mobilità. La sua andatura non era di certo delle più rapide: il tracciato era molto sinuoso (le stazioni erano incastonate nei centri abitati), la velocità non superava i 20km/h e il viaggio era fatto di continui sussulti, sbuffi, cigolii. Capitava spesso che il carbone si esaurisse durante il viaggio, con conseguenti soste in cui gli addetti si recavano nei paesi vicini a reperire del combustibile. Per non parlare della fatica che il pesante convoglio doveva sopportare nei tratti di maggiore pendenza, con rilevanti rallentamenti e conseguenti ritardi. Tuttavia, anche superando l’iniziale scetticismo di coloro che vedevano il treno come qualcosa che violava la tranquillità della nostra vallata, questo nuovo oggetto divenne presto caro alla maggior parte degli abitanti della Valpolicella e, come spesso accade, la tradizione, anche quella più sedimentata, non si mostrò impermeabile all’evoluzione tecnologica.
La ferrovia superò difficoltosamente la Prima guerra mondiale: quei vagoni, in precedenza adibiti a sicuro e rapido trasporto per le persone e per le merci, si caricarono, nel periodo bellico, di armi e soldati da condurre al fronte. Terminato il conflitto, alle locomotive a vapore si affiancarono le automotrici a trazione elettrica ad accumulatori e vennero aumentate le corse giornaliere: il trenino diventava così un insostituibile compagno della vita quotidiana di chi, per lavoro o altre necessità, doveva spostarsi dalla città alla provincia o viceversa. Accanto a quello relativo al trasporto di persone non va dimenticato il ruolo che la ferrovia seppe assumere nella dislocazione di prodotti: ad esempio, erano frequentissimi i carichi dell’olio d’oliva ottenuto sulle colline del Garda; per non parlare delle maggiori quantità di vino che venivano importate a Verona grazie all’oramai efficiente trasporto su rotaia. Con la Seconda guerra mondiale, poi, numerosi furono i danneggiamenti a binari, vagoni e locomotrici, visto che i tedeschi utilizzarono la linea Verona – Caprino – Garda per il traffico di materiale militare e armi pesanti.
Non fu, tuttavia, l’abuso delle linee legato alla guerra a portare alla soppressione del trenino: al termine del conflitto, infatti, con la lenta ricostruzione e le via-via sempre migliori condizioni economiche, si assistette ad una crescente diffusione dell’automobile e del servizio di trasporto pubblico su gomma. Il calo dei passeggeri e la diseconomicità del sistema portarono le autorità ad interrompere in modo definitivo il servizio ferroviario nel 1959. Il tratto che toccava Arbizzano venne mantenuto attivo solo fino al completamento della strada provinciale della Valpolicella. L’asfalto aveva così vinto sul ferro. E il progresso, in nome del quale le ruote metalliche della locomotiva avevano in parte divorato carri e cavalli, ora voleva il sacrificio proprio di quel treno, che non poteva più competere, su distanze così brevi, con la velocità e l’indipendenza che offriva l’automobile.
Che cosa rimane oggi di quei settant’anni di rotaie, fermate, orari, attese, sali e scendi di passeggeri, biglietti, carbone e fuochisti? E cosa resta di conversazioni in carrozza, fatiche, sudore sui vagoni roventi, diverbi col controllore, amori resi possibili o più facili, forse, proprio da quel trenino o conclusisi, invece, in una di quelle piccole stazioni? E di giornate iniziate all’alba attendendo l’arrivo di quel sibilo, con nel cuore la speranza di trovare, magari, fortuna in città? Che cosa sopravvive di tutto questo? Solo tracce. Ad esempio, nelle vicinanze del santuario della Madonna del Carmine di Santa Maria è ancora possibile notare l’edificio che fungeva da fermata. Così, in località Stella ad Arbizzano è a tutt’oggi presente la graziosa stazione, ora adibita a privata dimora.
E ora dite, non meriterebbe questo pittoresco e romantico treno, con i suoi rumori, di essere inizio e fine del film del nostro immaginario regista? E non ne sarebbe, forse, un po’ affascinato anche il grande Fellini, che ci ha svelato e poi celato di nuovo, col suono del vento a lui tanto caro, il suo paese e il mondo dei suoi ricordi?
Andrea Zenorini
