Novare, ameno e fido recesso. L’incipit di questo post, col quale riprendo l’attività sul blog dopo un periodo di vacanza, è il titolo che Luigi Messedaglia, nel suo più volte citato Arbizzano e Novare (1944), assegna al capitolo dedicato alla piccola località valpolicellese. Oltre che dalla mia conoscenza diretta e personale, è proprio da quei romantici brani che traggo parte delle informazioni che desidero riportare di seguito.
Novare si trova nella parte settentrionale di Arbizzano di Negrar e si estende su un ristretto territorio coltivato a viti e olivi e circondato da dolci e verdi colline: possiamo notare da una parte la bassa altura che lo separa da Valfiorita, dall’altra il colle su cui sorge l’abitato di Roselle, ricco di boschi, e dall’altra ancora il pendio della chiesetta di Ognissanti, da cui si può salire anche fino a Montericco. La zona di Novare è decisamente prospera di acque: numerosi progni (da pronus, in pendenza) e altrettante fonti sorgive la caratterizzano, come ad esempio la fonte Elisia, ricca del valore storico ed umano cui accennerò dopo.
Novare risulta anche molto abbondante di ferro, tant’è che su uno dei suoi pendii sorge la Busa de fer, una miniera molto antica che si può far risalire addirittura al 1500, oggi chiusa non solo da frane che si sono prodotte negli anni, ma anche da murature di sicurezza. Mia nonna mi narrava di come i cunicoli fossero stati spesso utilizzati dagli abitanti di Arbizzano per sfuggire ai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Da ragazzino, munito di torcia e caschetto da bici (!!!) ho esplorato assieme ad alcuni amici la parte iniziale della miniera: un’esperienza che ancora oggi ricordo con incosciente soddisfazione.
L’insediamento umano a Novare si perde nel passato più remoto: a questo proposito, va ricordato che sono stati rinvenuti resti di un acquedotto romano presso Ca’ de Scarpi, una fattoria settecentesca situata sulla bianca strada che conduce a Villa Mosconi, oggi Bertani. La maestosa villa, appunto, arricchita anche di un vasto parco alle sue spalle, meriterebbe qualche riga a parte: mi limito qui a dire che la costruzione dell’edificio porta una data molto remota, la prima metà del XVIII secolo, e che la villa ha visto vari proprietari che si sono succeduti nel tempo; è architettonicamente molto interessante ed è fornita anche di una piccola cappella con campanile.
Il periodo culturalmente e, se vogliamo, mondanamente più fervido per la villa e per Novare, di sicuro, è stato quello relativo ai quarant’anni della proprietà Mosconi, dal 1769 in poi. Ciò si deve soprattutto al merito della contessa Elisa Mosconi, che fu abile nel fondare un circolo letterario decisamente fecondo e vitale, che annoverava anche il poeta veronese Ippolito Pindemonte fra i suoi frequentatori più assidui. L’artista amava molto la vita serena e pacifica di Villa Mosconi ed era solito passeggiare sulle colline di Novare: proprio qui, infatti, compose numerosi dei suoi versi. Ma le intime motivazioni che spingevano Pindemonte, dal 1797 al 1807, anno della morte di Elisa, a permanere in modo continuativo a Novare, non erano unicamente culturali. E la località negrarese, per l’autore, non costituiva solo un mero, quanto apprezzato, luogo di villeggiatura. Fra Ippolito ed Elisa – afferma il Messedaglia – già prima del 1797 c’era stato del tenero: ed è proprio il poeta a rivelarlo in una missiva del 1800 destinata alla contessa:
E pur settembre
sedea sulla collina, amabil mese,
allor che Febo dall’etereo calle
men caldo vibra e più gradito il raggio:
come spogliata di que’ rai cocenti,
cui troppo arsi una volta, in questo, Elisa,
vago settembre tuo mi sei più cara.
Ma è soprattutto la morte della stessa Elisa che contribuisce ad appalesare i dolci sentimenti di Ippolito per la contessa. E’ il 17 maggio 1807 quando la nobildonna, dopo una lunga malattia e un ingannevole temporaneo miglioramento, muore. Il Pindemonte è straziato, tanto che non metterà più piede a Novare dopo quel giorno, come a voler respingere ogni possibile doloroso ricordo di Elisa. Alla sua amata dedica tristissimi versi nel carme Sepolcri, omonimo del capolavoro foscoliano pubblicato un anno prima. E’ proprio all’amico Foscolo che Pindemonte si rivolge così:
Pur del reo morbo l’inclemenza lunga
rallentar parve; e già le vesti allegre
chiedeva Elisa, col pensiero ardito
del bel Novare suo l’aure campestri
già respirava; ed io credulo troppo
sperai, che seco ancor non pochi soli
dietro il vago suo colle avrei sepolti.
Ma, come riporta il Messedaglia, è forse in un sonetto del 1821, scritto ben quattordici anni dopo la morte di Elisa, dunque, e composto in memoria dell’astronomo veronese Cagnoli, che Pindemonte manifesta ancor più chiaramente il suo straziante dolore per la dipartita dell’adorata. Rivolgendosi all’amico defunto dice:
Troverai certo in qualche stanza Elisa,
cui solevi inchinar sul verde suolo
della sua Tempe e tra le lucid’acque.
Tu le narra il mio stato, e tu l’avvisa,
che dal di ch’ella prese al ciel il volo,
prato, selva, ruscel più non mi piacque.
Dell’amore fra Ippolito ed Elisa non rimangono, a noi, che queste melanconiche testimonianze. Ma anche un’altra, ancora visibile vicino alla chiesetta di Ognissanti, al riparo di altissimi ed ombrosi alberi. L’accennavo prima: la fonte Elisia. Si tratta di una sorgente originariamente molto suggestiva e ricca d’acque. Oggi è preservata da inquinamenti e vandalisimi in una discutibile opera di cemento, che la nasconde in modo totale al visitatore. Rimane, apposta sopra di questa, una originale lastra di pietra che dedica la fonte ad Elisa Mosconi. Indovinate un po’: di chi saranno mai i versi che vi sono incisi?
1802
Fonte Elisia
Son cari a Bacco questi colli e cara
questa fonte alle Naiadi è non meno.
Se troppo di quel nume hai caldo il seno,
tu con quest’acque a rinfrescarlo impara.
Andrea Zenorini
