Il trenino Verona – Caprino – Garda

800px-FerroviaVeronaCaprino_ParonaAmarcord. Mi ricordo. Federico Fellini fa cominciare e terminare il capolavoro del 1973, un inno nostalgico alla sua infanzia, con lo stesso, evocativo, simbolico suono: quello del vento. Come se quel respiro d’aria, quel soffio che nel film trasporta le “manine di primavera” (il caratteristico polline di questa stagione), fosse la cornice delle memorie del regista, un cancello che dolcemente si apre ai ricordi all’inizio dell’opera e che poi si richiude alla fine.

Immaginate che, oggi, un regista delle nostre parti voglia tributare un omaggio a Fellini con lo stesso espediente cinematografico per iniziare e concludere la  propria pellicola. Immaginate che il paese che il nostro regista vuole ricordare nel suo film non sia la felliniana Rimini ma, ad esempio, Arbizzano. Ebbene, quel rumore che in Amarcord è costituito dal soffio del vento potrebbe essere benissimo, nel nostro caso, quello prodotto da dei vagoni che scorrono su delle rotaie. O quello di una locomotiva che sbuffa vapore con quel suo tipico e, oramai, dimenticato fischio. Sì perché, anche se i più giovani non lo ricorderanno o non ne saranno mai venuti a conoscenza, la Valpolicella era attraversata fino a una cinquantina di anni fa da un trenino che la percorreva in larga parte. Era la ferrovia Verona – Caprino – Garda.

Venne inaugurata la mattina del 3 agosto 1889: la locomotiva a vapore, partendo dalla stazione di Porta San Giorgio, quel giorno toccò per la prima volta gli abitati di Quinzano, Parona, Arbizzano,  Santa Maria di Negrar, San Floriano, San Pietro in Cariano, Sega di Cavaion, Affi, Costermano e, come ultima fermata, Caprino. Se in questa prima occasione i vagoni avevano ospitato tutte le autorità del caso (sindaci, parroci, il rappresentante del prefetto, deputati e nobili della zona), il giorno successivo, data dell’inaugurazione al pubblico, i convogli erano affollati di gente comune che, raccontano le cronache di quel tempo, aveva preso d’assalto in modo entusiasta quel serpente di ferro che attraversava parte della Valpolicella e non solo. Il trenino era inizialmente composto da otto carrozze e il biglietto costava 3,75 lire in prima classe, 2,70 e 1,70 in seconda e in terza. Il secondo tratto della ferrovia venne completato nel 1904 e metteva in contatto Affi con Garda: il progetto di congiungere la città di Verona con il lago era diventato finalmente realtà.

In un periodo storico in cui l’automobile costituiva un inarrivabile oggetto di lusso ed era privilegio di pochissimi benestanti, è facile immaginare che la ferrovia che metteva in collegamento Verona con il Lago di Garda venisse ammirata come un prodigio che poteva proiettare le zone nelle quali si insinuavano i binari verso un futuro di maggiore prosperità. E, in un tempo di scomodi ed interminabili spostamenti per mezzo di carri trainati da cavalli, il fatto che il trenino percorresse il tratto Verona – Caprino in due ore abbondanti non poteva che suscitare l’attrazione della popolazione verso questo nuovo e rivoluzionario strumento di mobilità. La sua andatura non era di certo delle più rapide: il tracciato era molto sinuoso (le stazioni erano incastonate nei centri abitati), la velocità non superava i 20km/h e il viaggio era fatto di continui sussulti, sbuffi, cigolii. Capitava spesso che il carbone si esaurisse durante il viaggio, con conseguenti soste in cui gli addetti si recavano nei paesi vicini a reperire del combustibile. Per non parlare della fatica che il pesante convoglio doveva sopportare nei tratti di maggiore pendenza, con rilevanti rallentamenti e conseguenti ritardi. Tuttavia, anche superando l’iniziale scetticismo di coloro che vedevano il treno come qualcosa che violava la tranquillità della nostra vallata, questo nuovo oggetto divenne presto caro alla maggior parte degli abitanti della Valpolicella e, come spesso accade, la tradizione, anche quella più sedimentata, non si mostrò impermeabile all’evoluzione tecnologica.

La ferrovia superò difficoltosamente la Prima guerra mondiale: quei vagoni, in precedenza adibiti a sicuro e rapido trasporto per le persone e per le merci, si caricarono, nel periodo bellico, di armi e soldati da condurre al fronte. Terminato il conflitto, alle locomotive a vapore si affiancarono le automotrici a trazione elettrica ad accumulatori e vennero aumentate le corse giornaliere: il trenino diventava così un insostituibile compagno della vita quotidiana di chi, per lavoro o altre necessità, doveva spostarsi dalla città alla provincia o viceversa. Accanto a quello relativo al trasporto di persone non va dimenticato il ruolo che la ferrovia seppe assumere nella dislocazione di prodotti: ad esempio, erano frequentissimi i carichi dell’olio d’oliva ottenuto sulle colline del Garda; per non parlare delle maggiori quantità di vino che venivano importate a Verona grazie all’oramai efficiente trasporto su rotaia. Con la Seconda guerra mondiale, poi, numerosi furono i danneggiamenti a binari, vagoni e locomotrici, visto che i tedeschi utilizzarono la linea Verona – Caprino – Garda per il traffico di materiale militare e armi pesanti.

Non fu, tuttavia, l’abuso delle linee legato alla guerra a portare alla soppressione del trenino: al termine del conflitto, infatti, con la lenta ricostruzione e le via-via sempre migliori condizioni economiche, si assistette ad una crescente diffusione dell’automobile e del servizio di trasporto pubblico su gomma. Il calo dei passeggeri e la diseconomicità del sistema portarono le autorità ad interrompere in modo definitivo il servizio ferroviario nel 1959. Il tratto che toccava Arbizzano venne mantenuto attivo solo fino al completamento della strada provinciale della Valpolicella. L’asfalto aveva così vinto sul ferro. E il progresso, in nome del quale le ruote metalliche della locomotiva avevano in parte divorato carri e cavalli, ora voleva il sacrificio proprio di quel treno, che non poteva più competere, su distanze così brevi, con la velocità e l’indipendenza che offriva l’automobile.

Che cosa rimane oggi di quei settant’anni di rotaie, fermate, orari, attese, sali e scendi di passeggeri, biglietti, carbone e fuochisti? E cosa resta di conversazioni in carrozza, fatiche, sudore sui vagoni roventi, diverbi col controllore, amori resi possibili o più facili, forse, proprio da quel trenino o conclusisi, invece, in una di quelle piccole stazioni? E di giornate iniziate all’alba attendendo l’arrivo di quel sibilo, con nel cuore la speranza di trovare, magari, fortuna in città? Che cosa sopravvive di tutto questo? Solo tracce. Ad esempio, nelle vicinanze del santuario della Madonna del Carmine di Santa Maria è ancora possibile notare l’edificio che fungeva da fermata. Così, in località Stella ad Arbizzano è a tutt’oggi presente la graziosa stazione, ora adibita a privata dimora.

E ora dite, non meriterebbe questo pittoresco e romantico treno, con i suoi rumori, di essere inizio e fine del film del nostro immaginario regista? E non ne sarebbe, forse, un po’ affascinato anche il grande Fellini, che ci ha svelato e poi celato di nuovo, col suono del vento a lui tanto caro, il suo paese e il mondo dei suoi ricordi?

Andrea Zenorini

Tanzeri, la leggenda di Lucilla la ballerina

A voi che avete in sorte di vivere questi giorni, a voi che avete il diritto di vivere su queste terre. Cosa rimarrà dopo che l’anima si sarà dipartita dal corpo? Quanto durerà il vostro nome sulla pietra e nel cuore delle persone? Quanto poco impiegherà il mondo a dimenticarvi?

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tanzeri“La memoria della pietra è più forte di quella degli uomini”. Viene da riflettere su quanto sia vera questa affermazione: la pietra, i resti che vincono la morte dell’uomo, gli artefatti durevoli e, in questo caso, anche la toponomastica contribuiscono ad evitare che tante leggende e vecchie storie vadano perdute e inesorabilmente dimenticate nei passaggi fra le generazioni.

Oggi, sotto Ceredo, nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo, uno di quelli più settentrionali della Valpolicella, esiste ancora la contrada di Tanzari. L’origine del toponimo è tipicamente cimbra e deriva dalla radice tedesca tanz, traducibile facilmente con “danza”. Ma a che antica vicenda è ascrivibile un così curioso nome per un minuscolo villaggio?

La risposta, che qui solo accennerò per iscritto, sperando di suscitare una certa curiosità, si trova in un interessante cortometraggio amatoriale, Tanzeri, disponibile su Youtube e del quale qui sopra riporto il link video (click sull’immagine a sfondo nero). Il film, realizzato nel 2007 da alcuni ragazzi sotto la giovane ma evocativa e ironica regia di Francesco Dal Santo, narra in modo originale della storia, probabilmente risalente al 1500, di una giovane donna e della sua spensierata passione per il ballo. Ma parla, soprattutto, di superstizione, di fede e di sacrificio. Il tutto senza mai prendersi troppo sul serio e con il riuscito intento di strappare qualche sorriso. Il cortometraggio è stato girato sulle colline di Novare, nel cuore della Valpolicella, e ha partecipato, suscitando non pochi apprezzamenti, al Lessinia Film Festival del 2007 di Boscochiesanuova.

Tanzeri credo meriti di essere visto innanzitutto perché riporta alla memoria una antichissima e suggestiva leggenda quasi totalmente sconosciuta anche agli stessi abitanti della Valpolicella. In secondo luogo perché,  nella sua sincera amatorialità, suggerisce a chi lo vede un respiro di poesia che non fa certo male, specie di questi complicati tempi che viviamo.

Andrea Zenorini

Sator Arepo Tenet Opera Rotas: il mistero di San Michele, ad Arcè di Pescantina

64177976C’è una piccola perla di architettura romanica a Pescantina.
Più precisamente ad Arcè, una frazione di poche case che sorge lungo l’Adige. E’ la chiesa di San Michele Arcangelo, una minuscola pieve che si trova isolata all’estremità occidentale del paese, in uno spiazzo oggi racchiuso da un muro.
La chiesa è stata probabilmente costruita attorno al 1100, anche se c’è chi sostiene una datazione ancora precedente. La costruzione è a navata unica e la facciata risulta a capanna. Ma non è della chiesa in sè che vorrei parlare in questo post, per quanto essa si riveli un suggestivo gioiello medievale, quanto del  piccolo grande mistero che la avvolge.
Sul lato meridionale della chiesetta, infatti, possiamo osservare un ingresso secondario: è proprio qui, sul volto ad arco che lo sovrasta, che ritroviamo una criptica e sibillina iscrizione composta da cinque parole: “SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS”. Letteralmente – ma anche sulla trasposizione letterale il dibattito è  aperto – la frase può essere tradotta con “Il seminatore, col suo carro, tiene con cura le ruote”. Questa associazione di parole – va subito sottolineato – è riscontrabile in numerose iscrizioni in tutta Europa; anche in Italia, oltre ad Arcè, non ne mancano esempi, da Aosta a Napoli, da Bolzano a Perugia. Uno dei più antichi reperti sinora rinvenuti si trova a Pompei, in una casa sepolta dalla nota eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Si tratta del famoso “quadrato del Sator”, un palindromo (parola o frase che può essere letta in egual modo da destra e da sinistra) ricorrente nel tempo e nello spazio e di certo non nuovo all’archeologia, ma sul quale non è stata mai fatta definitiva luce. Molte teorie, profusi studi, ipotesi fantasiose, ma nessuna certezza. Si parla di “quadrato” in quanto, se le parole vengono disposte in una griglia 5×5, possono essere addirittura lette in orizzontale e in verticale, in entrambe le direzioni. Gli anagrammi che sono stati ipotizzati si sprecano: forse il più suggestivo rivela una crux dissimulata (http://bit.ly/ABig1g), utilizzata dai primissimi cristiani per riconoscere i luoghi di culto e scampare alle persecuzioni.
Non è dato sapere perché l’iscrizione sia stata apposta nel corso dei secoli in certi contesti piuttosto che in altri, tantomeno perché si trovi proprio nella chiesa di San Michele, ad Arcè. Addirittura, utilizzando una particolare interpretazione grafica dalla quale emergerebbe la caratteristica croix pattee, c’è chi attribuisce la presenza del Sator ai cavalieri Templari (http://bit.ly/wpPtZq). Nel caso specifico della Valpolicella, a ben pensarci, l’idea non risulterebbe così esotica e peregrina, considerando le tracce templari riscontrate anche a San Giorgio Ingannapoltron… Ma solo di ipotesi si tratta, e forse connotate anche da troppa fantasia.
Non voglio qui dilungarmi sui possibili significati profondi del Sator: alcuni di essi coinvolgono il ruolo della divinità nel governo del mondo, altri suggeriscono interpretazioni cabalistiche sul nome stesso di Dio. Come dicevo, ne sono stati formulati moltissimi e una rapida ricerca sul web potrà fornire inaspettate soddisfazioni al curioso lettore. Per comodità, in fondo al post, riporto alcuni utili link.
L’intento molto semplice di queste righe è solo quello di suggerire come, ancora una volta, la Valpolicella nasconda non solo bellezze naturali e storiche, ma anche curiosità enigmatiche e di sicuro stimolo. Una visita all’antica e misteriosa chiesetta di San Michele di Arcè non ve lo potrà che confermare.

portale

Links utili:

http://angolohermes.interfree.it/Simbolismi/SATOR/sator.html

http://angolohermes.interfree.it/Simbolismi/SATOR/luoghi_SATOR.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Quadrato_del_Sator

http://utenti.quipo.it/base5/latomagi/sator.htm

Andrea Zenorini

Il Lunario del contadino Pojana Maggiore

lunarioLa sua presenza nelle case e nelle stalle non era certo una prerogativa valpolicellese. Tuttaltro: le sue origini risalgono, come già il nome segnala, al comune di Pojana Maggiore, situato nel basso vicentino. E anche la sua diffusione si può dire riguardasse in passato un po’ tutte le campagne del Veneto, da Verona a Vicenza, da Treviso a Padova. Si tratta, appunto, del noto Lunario del contadino Pojana Maggiore.

L’almanacco, che ancora oggi viene stampato (anche se in poche copie), era costituito da un unico grande foglio che riportava, oltre al calendario, le previsioni meteorologiche di tutto l’anno, le fasi lunari, le eclissi, le date di feste, sagre e fiere agricole. Esso era soprattutto un riferimento indispensabile per stabilire i periodi della semina e del raccolto e per intuire i momenti migliori per determinate colture.

La storia della nascita del Lunario è curiosa e rivela come, un tempo, l’umana interpretazione della natura e dei suoi fenomeni fosse affidata principalmente all’esperienza diretta, volenti o nolenti raccolta e maturata nel duro mestiere dell’agricoltore. Il “padre” del Lunario, infatti, fu Giovanni Spello, un semplice ma arguto contadino vicentino che, osservando le fasi lunari, le caratteristiche meteorologiche dei vari periodi dell’anno e l’influenza di queste sui cicli delle coltivazioni, stilò, con l’aiuto dell’abate per cui prestava servizio, tale Antonio Masenello, un calendario preciso e ragionato che trovò stampa, per la prima volta, nel 1838 a Lonigo.

Ma torniamo a noi, e alla presenza del Lunario nelle nostre località. La Valpolicella agricola, va ricordato, è dotata di peculiarità zonali come la vicinanza al Lago di Garda con i particolari microclimi che ne derivano, il passaggio del fiume Adige, la conformazione delle sue colline e la feconda composizione dei terreni coltivabili. Così come unici e inimitabili sono i prodotti che queste nostre terre regalano, dal vino all’olio, dalle ciliegie alle pesche. Ciò nonostante, la tradizione “culturale” agricola valpolicellese mostra molti tratti assimilabili a quella della campagna veneta, nel suo complesso. A tal proposito, Dino Coltro è stato studioso forse inarrivabile della cultura, della storia e della “antropologia agricola” del Veneto. E proprio in questo comune contesto, appunto, il Lunario ha trovato rapida distribuzione anche in Valpolicella. Tanto che, personalmente, ho potuto testimoniarne la presenza, da bambino, nella casa dei due fratelli mezzadri di Villa Roverina, poco sopra Arbizzano, la residenza di campagna della nota e storica famiglia Messedaglia. Erano già gli ultimi anni ’80 ma il Lunario era fieramente appeso vicino al grande focolare. Non so se venisse consultato, nè ricordo se fosse, magari, di qualche anno prima. Tuttavia, esso rappresentava ancora una traccia di quel passato di dura quotidianità, nemmeno tanto lontana nel tempo, che i nostri contadini affrontavano, con poca scienza e con incerta chimica a loro aiuto. Ora quei fratelli non ci sono più e la casa è stata ristrutturata e ammodernata. Rimane solo il ricordo d’infanzia, con quel profumo di muffa e cenere di focolare che ancora sento nel naso.

Andrea Zenorini

Novare ed Elisa: gli amori di Ippolito Pindemonte

downloadNovare, ameno e fido recesso. L’incipit di questo post, col quale riprendo l’attività sul blog dopo un periodo di vacanza, è il titolo che Luigi Messedaglia, nel suo più volte citato Arbizzano e Novare (1944), assegna al capitolo dedicato alla piccola località valpolicellese. Oltre che dalla mia conoscenza diretta e personale, è proprio da quei romantici brani che traggo parte delle informazioni che desidero riportare di seguito.
Novare si trova nella parte settentrionale di Arbizzano di Negrar e si estende su un ristretto territorio coltivato a viti e olivi e circondato da dolci e verdi colline: possiamo notare da una parte la bassa altura che lo separa da Valfiorita, dall’altra il colle su cui sorge l’abitato di Roselle, ricco di boschi, e dall’altra ancora il pendio della chiesetta di Ognissanti, da cui si può salire anche fino a Montericco. La zona di Novare è decisamente prospera di acque: numerosi progni (da pronus, in pendenza) e altrettante fonti sorgive la caratterizzano, come ad esempio la fonte Elisia, ricca del valore storico ed umano cui accennerò dopo.
Novare risulta anche molto abbondante di ferro, tant’è che su uno dei suoi pendii sorge la Busa de fer, una miniera molto antica che si può far risalire addirittura al 1500, oggi chiusa non solo da frane che si sono prodotte negli anni, ma anche da murature di sicurezza. Mia nonna mi narrava di come i cunicoli fossero stati spesso utilizzati dagli abitanti di Arbizzano per sfuggire ai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Da ragazzino, munito di torcia e caschetto da bici (!!!) ho esplorato assieme ad alcuni amici la parte iniziale della miniera: un’esperienza che ancora oggi ricordo con incosciente soddisfazione.
L’insediamento umano a Novare si perde nel passato più remoto: a questo proposito, va ricordato che sono stati rinvenuti resti di un acquedotto romano presso Ca’ de Scarpi, una fattoria settecentesca situata sulla bianca strada che conduce a Villa Mosconi, oggi Bertani. La maestosa villa, appunto, arricchita anche di un vasto parco alle sue spalle, meriterebbe qualche riga a parte: mi limito qui a dire che la costruzione dell’edificio porta una data molto remota, la prima metà del XVIII secolo, e che la villa ha visto vari proprietari che si sono succeduti nel tempo; è architettonicamente molto interessante ed è fornita anche di una piccola cappella con campanile.
Il periodo culturalmente e, se vogliamo, mondanamente più fervido per la villa e per Novare, di sicuro, è stato quello relativo ai quarant’anni della proprietà Mosconi, dal 1769 in poi. Ciò si deve soprattutto al merito della contessa Elisa Mosconi, che fu abile nel fondare un circolo letterario decisamente fecondo e vitale, che annoverava anche il poeta veronese Ippolito Pindemonte fra i suoi frequentatori più assidui. L’artista amava molto la vita serena e pacifica di Villa Mosconi ed era solito passeggiare sulle colline di Novare: proprio qui, infatti, compose numerosi dei suoi versi. Ma le intime motivazioni che spingevano Pindemonte, dal 1797 al 1807, anno della morte di Elisa, a permanere in modo continuativo a Novare, non erano unicamente culturali. E la località negrarese, per l’autore, non costituiva solo un mero, quanto apprezzato, luogo di villeggiatura. Fra Ippolito ed Elisa – afferma il Messedaglia – già prima del 1797 c’era stato del tenero: ed è proprio il poeta a rivelarlo in una missiva del 1800 destinata alla contessa:

E pur settembre
sedea sulla collina, amabil mese,
allor che Febo dall’etereo calle
men caldo vibra e più gradito il raggio:
come spogliata di que’ rai cocenti,
cui troppo arsi una volta, in questo, Elisa,
vago settembre tuo mi sei più cara.
Ma è soprattutto la morte della stessa Elisa che contribuisce ad appalesare i dolci sentimenti di Ippolito per la contessa. E’ il 17 maggio 1807 quando la nobildonna, dopo una lunga malattia e un ingannevole temporaneo miglioramento, muore. Il Pindemonte è straziato, tanto che non metterà più piede a Novare dopo quel giorno, come a voler respingere ogni possibile doloroso ricordo di Elisa. Alla sua amata dedica tristissimi versi nel carme Sepolcri, omonimo del capolavoro foscoliano pubblicato un anno prima. E’ proprio all’amico Foscolo che Pindemonte si rivolge così:

Pur del reo morbo l’inclemenza lunga
rallentar parve; e già le vesti allegre
chiedeva Elisa, col pensiero ardito
del bel Novare suo l’aure campestri
già respirava; ed io credulo troppo
sperai, che seco ancor non pochi soli
dietro il vago suo colle avrei sepolti.

Ma, come riporta il Messedaglia, è forse in un sonetto del 1821, scritto ben quattordici anni dopo la morte di Elisa, dunque, e composto in memoria dell’astronomo veronese Cagnoli, che Pindemonte manifesta ancor più chiaramente il suo straziante dolore per la dipartita dell’adorata. Rivolgendosi all’amico defunto dice:

Troverai certo in qualche stanza Elisa,
cui solevi inchinar sul verde suolo
della sua Tempe e tra le lucid’acque.
Tu le narra il mio stato, e tu l’avvisa,
che dal di ch’ella prese al ciel il volo,
prato, selva, ruscel più non mi piacque.

Dell’amore fra Ippolito ed Elisa non rimangono, a noi, che queste melanconiche testimonianze. Ma anche un’altra, ancora visibile vicino alla chiesetta di Ognissanti, al riparo di altissimi ed ombrosi alberi. L’accennavo prima: la fonte Elisia. Si tratta di una sorgente originariamente molto suggestiva e ricca d’acque. Oggi è preservata da inquinamenti e vandalisimi in una discutibile opera di cemento, che la nasconde in modo totale al visitatore. Rimane, apposta sopra di questa, una originale lastra di pietra che dedica la fonte ad Elisa Mosconi. Indovinate un po’: di chi saranno mai i versi che vi sono incisi?

1802
Fonte Elisia

Son cari a Bacco questi colli e cara
questa fonte alle Naiadi è non meno.
Se troppo di quel nume hai caldo il seno,
tu con quest’acque a rinfrescarlo impara.

Andrea Zenorini

Storia e leggenda di Giacomo da Marano

fantespadeSeppur dotata fin da tempi più antichi di una certa autonomia amministrativa, la Valpolicella assunse sotto la Serenissima Repubblica di Venezia i diritti e i confini pieni di “Vicariato”, un’unità giuridico-territoriale che trascendeva i singoli Comuni e che era fornita di precisi organi di autogoverno. Nel 1405, infatti, Venezia non solo confermò i limiti territoriali e i privilegi particolari di cui godeva precedentemente, ma garantì alla Valpolicella ulteriori prerogative, come quella di poter autonominarsi un Vicario. Il Vicario, quindi, veniva generalmente scelto fra la nobiltà di Verona che possedeva proprietà significative nelle nostre zone ed era considerato il massimo rappresentante delle istituzioni locali.
Fatta questa premessa di cornice, mi pare curioso riportare le vicende che vengono attribuite ad uno di questi storici Vicari, Giacomo (o Jacopo) da Marano. Era il 1439 ed era in pieno corso la terza guerra tra Venezia e il Ducato milanese dei Visconti. I Gonzaga, alleati del Duca di Milano, avevano conquistato Verona, costringendo i veneziani a ripiegare in alcune zone fortificate della città. I rinforzi della Serenissima, comandati da Francesco Sforza, si trovavano in quel momento ancora a Torbole e necessitavano, per poter giungere a soccorso di Verona, di passare dalla Chiusa dell’Adige. Giacomo da Marano, fedelissimo di Venezia e consapevole del ruolo strategico di quel passaggio sul fiume, mosse a capo di un migliaio di valpolicellesi verso la Chiusa, impossessandosene e stabilendovi un presidio per agevolare la discesa dell’esercito sforzesco. Qui Giacomo incontrò lo Sforza e, dopo una notte passata a Sant’Ambrogio di Valpolicella, le truppe alleate di Venezia si diressero verso Verona, riconquistandola e liberandola dai mantovani dopo quattro giorni di aspri e sanguinosi combattimenti. Era il 20 novembre 1439.
In questi frangenti, come spesso accade, la storia si confonde nella leggenda. I fatti vengono narrati anche da un sacerdote umanista, Giangiacomo Pigari, e riportati in una traduzione dal latino ad opera di un parroco di Valgatara, don Egidio Ferrari. I Gonzaga, in quei giorni di guerra, attraverso alcuni emissari mandati in Valpolicella, pare avessero informato ingannevolmente Giacomo di tenere in ostaggio a Verona i suoi figli e la moglie, minacciando di trucidarli qualora egli avesse fornito aiuto militare a Francesco Sforza. Tuttavia, il coraggioso nobile di Marano non credette all’intimidazione, mantenne la difesa del punto strategico della Chiusa con i mille valpolicellesi e consentì il risolutivo e liberatorio passaggio dell’alleato.
Le gesta di Giacomo da Marano e dei suoi uomini si rivelarono fondamentali per la Repubblica di Venezia, tanto che questa, in seguito, garantì alla Valpolicella ulteriori privilegi amministrativi. Il già nominato Pigari, citato da Rinaldo Dal Negro in “Contea e Vicariato della Valpolicella”, sostiene inoltre che la figura del Vicario Giacomo venne in quei giorni acclamata e accostata a quella leggendaria del Console romano Gaio Mario che, durante le guerre Cimbriche fra il 113 e il 101 a. C., sconfisse i Cimbri proprio sul territorio dell’attuale Marano, erigendovi poi un castello e fondandovi il paese ancor oggi intitolato a suo nome.

Andrea Zenorini

Valpolicella, etimologie a confronto

miniaturaL’origine del nome “Valpolicella” suscita da tempo un ventaglio di opinioni fra chi studia la materia dell’etimologia dei luoghi. Dire quale sia la più credibile suggestione risulta molto difficile: di certo, il buon senso consente di escluderne qualcuna, magari riconoscendone un carattere più fantasioso che verosimile e aderente alla realtà. Di certo, ad oggi, una parola definitiva sulla questione non è stata ancora detta.

Per comodità riassumiamo per punti le principali sei teorie circa l’etimologia del toponimo “Valpolicella” (fra parentesi quadre il nome dello studioso cui la singola argomentazione è ascrivibile):

  1. [Toniolo] il termine deriverebbe da pullus, polla. La polla, in dialetto veneto, è un agglomerato di sabbia e ghiaia che si forma sul letto dei fiumi fino a diventare un isolotto e che viene poi col tempo ricoperto di vegetazione, talvolta anche arbustiva. Il termine Valpolicella, pertanto, indicherebbe un territorio ricco di neoformazioni di terra ricoperte di flora, generate presumibilmente dal fiume Adige. Il dubbio che suscita questa interpretazione è spontaneo e semplice: è vero che l’Adige attraversa la Valpolicella, è vero che attorno al suo scorrere spesso trova dimora una florida vegetazione ed è vero anche che, poco fuori il comune di Pescantina, lungo il fiume, esiste un paesetto di nome Pol che parrebbe trarre il proprio nome proprio da pullus. Questo etimo, va aggiunto, accomunerebbe il toponimo Valpolicella a quello di Polesine, per il quale alcuni studiosi vedono la medesima citata origine. Ma, a differenza della regione della provincia di Rovigo, decisamente ben irrorata da fiumi che possono concorrere alla formazione di pullus, la Valpolicella vede il serpeggiare dell’Adige solo nella sua parte inferiore ed è interessata dal microclima e dall’idrologia fluviale solo in una porzione ben circoscritta di territorio. Perché un toponimo dotato di questa limitata originaria significanza sarebbe stato assegnato anche alle valli interne e alle zone collinose e montane valpolicellesi, nettamente differenti dalle caratteristiche ambientali che tale interpretazione racchiude in sè? Sembrerebbe una spiegazione decisamente sproporzionata. Collegato a questo significato ne deriverebbe un altro: si intenderebbe per Valpolicella Valle di Pol, con riferimento, appunto, al piccolo villaggio già citato ove, dal primo medioevo, i funzionari veronesi, dopo una risalita in barca dell’Adige, sarebbero stati soliti attraccare per poi dirigersi nell’interno, per i loro compiti di amministrazione del territorio.
  2. [Guarino] il termine richiamerebbe il greco polyzelos: ma anche fra chi ritiene attendibile tale origine si dibatte sul suo preciso significato. C’è chi interpreta la parola con terra “ricca di frutti”, chi, in senso esteso, di terra “invidiata”.
  3. il termine deriverebbe dal latino polis selas, terra dal molto splendore. Questa interpretazione potrebbe avere un qualche apparente fondamento, ma è comunque ardito attribuirvi una certa decisività.
  4. [Dionisi] il termine avrebbe radice sempre nel greco e nel latino ma in un senso molto specifico: Valpolicella significherebbe “custodia (cella) del molto (polis)”, richiamando la ricchezza e la generosità della sua terra.
  5. [Asquini] il termine originerebbe dal latino polis cellae, “terra dalle molte celle”, nell’accezione di cantine. Ricordiamo, in questo senso, che la presenza della pianta di vite nel veronese va fatta risalire addirittura al Terziario: a riprova di ciò, sono state ritrovate tracce della foglia di vite nei calcari di Bolca. Per non parlare delle coltivazioni umane, testimoniate dalla notte dei tempi in Valpolicella, una delle più antiche zone di produzione di vino in Italia. Risulterebbe, questa ipotesi etimologica, una delle più credibili, se non la più verosimile.
  6. [Pigari] il termine discenderebbe dal latino pulcella, e quindi si parlerebbe di “valle della pulzella”, della fanciulla. Ma come tentare di spiegare una così strana origine toponomastica? E quali fortissimi (per non dire insormontabili) dubbi essa, tuttavia, suscita? Bisogna innanzitutto far riferimento al Privilegia et Iura Communitatis et Hominum Vallis Pulicellae, una raccolta giuridica dei privilegi di cui la Valpolicella godeva sin dal 1300, poi confermati e anzi estesi dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Varie edizioni manoscritte si sono susseguite nel tempo ma, forse, la più interessante sarebbe quella per la prima volta pubblicata tramite stampa, del 1588. Il suo curatore, tale Pigari, pose come frontespizio dell’opera uno stemma che riporta una fanciulla biancovestita che prega in ginocchio e che mostra la scritta fides, fedeltà. Tale raffigurazione, a sua volta, richiamerebbe una miniatura contenuta nel Privilegia redatto nel 1536 in cui è possibile notare due donzelle, una di fronte all’altra, nell’atto della preghiera. La figura femminile di sinistra rappresenterebbe la Valpolicella, mentre quella di destra la città di Verona. A sormontare il dipinto, sullo sfondo di paesaggi valpolicellesi e veronesi, il leone di San Marco, al quale le due donzelle promettono, appunto, sempiterna devozione. Nel corso del tempo, come testimoniato nel Privilegia del 1588, lo stemma del Vicariato della Valpolicella ha preso a raffigurare solamente la fanciulla di sinistra. Successivamente, l’effigie è anche diventata stemma del Comune di San Pietro in Cariano.
    Vincendo però la suggestione generata da una simile ricostruzione, che vedrebbe il toponimo nascere da questa antica immagine, bisogna ricordare che il termine “Valpolicella” compare per la prima volta già il 24 agosto 1117 in un decreto dell’imperatore Barbarossa: ben prima, dunque, del dominio della Repubblica di San Marco, della pulzella biancovestita e della fedeltà con la quale essa ossequiava il potere di Venezia. E’ vero: si può ipotizzare che nei secoli precedenti al dominio della Serenissima la raffigurazione della ragazza esistesse e promettesse fides a qualche altro dominatore, magari il Barbarossa stesso, poi sostituito dal leone di San Marco. Ma solo di mere e fantasiose ipotesi si tratta, in quanto nessun elemento suffragherebbe simili teoremi. Ne’ testimonianze storico-artistiche di alcun tipo, in tal senso, sono giunte fino a noi. E’ molto più probabile, ottemperando al celebre rasoio di Occam, che qualcuno – chissà chi e chissà quando nei secoli addietro – assecondando semplicisticamente l’assonanza fra Valpolicella e “Valle della pulcella”, abbia dipinto lo stemma traendo spunto proprio dal toponimo. Realisticamente, risulterebbe così invertito l’ordine di derivazione ipotizzato dal Pigari.
    In buona sostanza, come abbiamo scritto in precedenza, una interpretazione univoca e dirimente non esiste ancora.   L’origine del termine Valpolicella rimane ignota: è supportata sì da meditate e dotte supposizioni, ma risulta tutt’oggi priva di certezza storico-etimologica.
    Ovviamente, qualora avessimo riportato inesattezze in questo post o avessimo dimenticato qualche opinione, non esitate a contattarci!

Andrea Zenorini

Le osade de marso

xxxzz_old_photoUn periodo rigido, difficile da affrontare quotidianamente nella povertà delle campagne, con mezzi spesso insufficienti per proteggersi dal freddo e, talvolta, anche dalla fame. Le attività quotidiane che si fanno più gravose, il lento consumo delle provviste accumulate durante l’anno, le malattie più minacciose. L’inverno, per gli abitanti della Valpolicella, era anche e soprattutto questo. La società agricola delle nostre valli, come quella di tante altre terre contadine, in un passato che oggi appare distantissimo, anelava spasmodicamente alla fine della stagione fredda e all’arrivo della primavera. Il risveglio della natura, il sole che si fa caldo, i frutti della terra più abbondanti diventavano l’agognato traguardo che, già a fine febbraio, i valpolicellesi di un tempo scorgevano avvicinarsi sempre più, giorno dopo giorno.

E’ principalmente a questo sentimento di speranza e di gioia per l’imminente rinascita della vita naturale, così padrona delle attività umane, che si può ascrivere la particolarissima, oramai perduta, tradizione delle osade de marso. Si trattava di una specie di rappresentazione giocosa e ironica diffusa in molte contrade della Valpolicella e in alcune zone della Lessinia in cui erano protagonisti due gruppi di giovani. Le due “fazioni” si ponevano a una certa distanza, l’una di fronte all’altra (a Pescantina sembra venissero utilizzate a questo scopo le sponde dell’Adige) e, attraverso dei primitivi megafoni di metallo, il primo gruppo gridava (osade) i nomi delle ragazze del paese, mentre il secondo designava, sempre urlando fra percussioni di campanacci e altri strumenti, i nomi degli uomini cui sarebbero state destinate come spose. Venivano così immaginate, in un chiassoso dialogare a distanza, le coppie più impensabili e grottesche. Spesso, infatti, fra risate e burla di ogni tipo, si incrociavano le fanciulle più belle del villaggio con i personaggi maschili meno avvenenti o più strambi. Altre volte ci si figurava di combinare le giovani con gli anziani del paese, in una dissacrante parodia delle nozze. Altre volte ancora, invece, venivano più realisticamente accoppiati ragazzi e ragazze già fidanzati e in profumo di matrimonio.

Questo rito era condotto nelle ultime sere di febbraio e nelle prime di marzo. Volontariamente si invocava così la rinascita della vita attraverso un immaginifico e satirico sposalizio e involontariamente si celebrava un piccolo mondo antico, fatto di personaggi paesani immutabili, quasi immortali. In questo modo si chiamava a gran voce il futuro e si sedimentava l’eterno presente di quei minuscoli borghi rimasti oggi, talvolta, solo ruderi sparsi nelle nostre vallate.

A quale remotissimo passato getti e affondi le radici questa tradizione è difficile dire. Va ricordato, comunque, che i primi giorni di marzo erano generalmente celebrati  in epoca precristiana come momento di passaggio verso la buona stagione. Ai tempi di Roma il primo di marzo (Calendimarzo) costituiva l’inizio dell’anno secondo il calendario di Romolo e, per l’occasione, le sacerdotesse accendevano il fuoco sacro nel tempio della dea Vesta. Così come le Calendimarzo rappresentavano il primo giorno dell’anno durante il periodo della Serenissima Repubblica. Il “batter marso” o il “ciamar marso” era, poi, una momento folkloristico tipico di molte zone del Veneto, durante il quale si era soliti fare più rumore possibile, attraverso strumenti di ogni genere, appunto per risvegliare la primavera e scacciare l’inverno.

Le testimonianze dirette delle osade de marso si fanno via via più rare, per ovvi motivi generazionali. E, a dire il vero, non si trovano tante informazioni bibliografiche su questa arcaica e apotropaica messinscena di fine inverno. In merito, molto interessanti sono le pagine di Silvana Zanolli in Tradizioni Popolari in Valpolicella (1990), nelle quali l’autrice, citando a sua volta il grande cultore della tradizione popolare veronese Ettore Scipione Righi in Usi popolari della Valpolicella (1890), riporta addirittura le precise battute dei due cori. La struttura era più o meno sempre questa:

Semo qua per entrar in marso e maridar una bela putela * 

[introduzione per annunciare l’uscita dall’inverno e per iniziare la rappresentazione]

Ci ela, ci no ela? # 

[risposta dell’altro gruppo di giovani)

L’è la Marieta 

[veniva nominata una ragazza del paese, spesso scelta fra le più graziose]

La daremo al gobo figari 

[la ragazza veniva assegnata al personaggio più curioso, spesso caratterizzato da difetti o particolarità fisiche o comportamentali]

 

In ogni caso, come sempre avviene per le tradizioni della cultura contadina, anche il rito delle osade è giunto sino a noi grazie ad una perpetua consegna orale, di padre in figlio. Sperimentarlo in prima persona o assistere alla sua “celebrazione” costituiva l’unica necessaria premessa alla sua sopravvivenza, veicolata attraverso i racconti dei più vecchi che, così, costruivano memoria comune. A tale proposito, per concludere, migliore di ogni ulteriore mia considerazione, riporto una citazione del veronese Dino Coltro che, forse più di tutti gli altri, era arrivato a conoscere lo spirito della società contadina veneta: “Nel mondo contadino l’individuo crede nella parola, si affida con maggior sicurezza al detto piuttosto che al testo scritto, come la comunità si orienta sulla norma e sul costume conservato e riproposto dalla «tradizione» che, per secoli, attraversa le generazioni. La memoria collettiva registra questo patrimonio di pensiero, di esperienza e di letteratura orale per mezzo dell’espressione verbale: il proverbio, la canta, l’indovinello, la fiaba. Tutto questo viene definito «oralità»”. (Fole lilole. Fiabe della tradizione orale veronese, 1991)

Andrea Zenorini